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COSTA D’AVORIO: LA FOLLIA DI UN DITTATORE CADUTO

foto Reuters

Erano circa le 15 di ieri, in Costa d’Avorio, quando in una stanza dell’Hotel du Golf, il quartier generale di Laurent Gbagbo, dove per 11 giorni ha resistito all’assalto militare delle forze speciali francesi e dell’ONU, il Presidente golpista si consegnava ad un gruppo di uomini non identificati, facenti parte dell’esercito irregolare del Presidente legalmente eletto Alassane Ouattara. Insieme a questo gruppo armato vi era anche un cameramen della televisione ivoriana TCI che riprendeva le immagini della resa. Gbagbo era visibilmente stanco e frastornato, seduto sul letto, in canottiera, insieme alla moglie Simone e al figlio di primo letto Michael. Veniva fatto alzare e con movimenti lenti il figlio gli passava un’asciugamano per togliersi il sudore della fronte, mentre un altro uomo lo aiutava ad indossare una camicia, con la moglie che osservava la scena sbigottita.


foto AFP

Una immagine surreale di un uomo e di una donna che, attraverso l’occhio della telecamera, sembravano due derelitti. Come poteva essere possibile che proprio quello era l’uomo che da quel 28 novembre 2010, una volta perse le elezioni, per non lasciare il potere, ha innescato una guerra civile, che in soli quattro mesi ha prodotto più di un milione di profughi, migliaia e migliaia di morti e inenarrabili violenze tra i civili, causando inoltre una emergenza sanitaria assurda con centinaia di salme per le strade non seppellite, assenza di acqua, elettricità e cibo, con un sistema economico florido messo in ginocchio.


foto AFP

In effetti, il ruolo giocato dalla moglie Simone, di cui non si è quasi mai parlato, ha una importanza decisiva sugli eventi soprattutto degli ultimi mesi. Da una ricostruzione abbastanza verosimile sembra che il vero capo di stato sia proprio lei. Gbagbo, si dice, che aveva già deciso di fuggire in Benin insieme alla sua famiglia, ma la donna, sembra, che lo abbia convinto a non farlo. Perché? Il retroscena è molto inquietante, quello cioè di una sorta di “cenacolo nero”, costituito da un gruppo di pastori evangelici oltranzisti, tra cui il ministro della gioventù, ed un consulente spirituale, diventati i più influenti consiglieri del Presidente, istigato dalla moglie ad abbandonare il cattolicesimo, per poi farsi affidare praticamente le leve del partito. Sono proprio loro ad averlo convinto che in Costa d’Avorio la sua missione era stata decisa da Dio e che solo Dio poteva togliergli il potere…


foto AFP

Sulla sorte di Gbagbo, adesso, si fanno varie ipotesi, direttamente legate al futuro del paese, che dal 2000, cioè da quando rocambolescamente prese il potere, vive una lacerazione che per essere ricomposta avrà bisogno di anni, e non è detto che ci si riuscirà. C’è una incriminazione al Tribunale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità, che va di pari passo con un odio profondo nei suoi confronti e dei suoi sostenitori, i quali gridano vendetta. Ma sia un processo che una vendetta rischierebbero di mantenere inalterata una condizione di conflitto permanente che dura da dieci anni, e la Costa d’Avorio, per risollevarsi, ha bisogno soltanto di due cose: legalità e pacificazione nazionale.


foto AFP

Del resto se si parla di crimini contro l’umanità in Costa d’Avorio ce n’è per tutti. A cominciare da Guillaume Soro, il suo primo grande oppositore, fondatore di quelle “Force Nouvelle” che fino al 2007 erano sotto il suo diretto comando nel quartier generale di Bouakè, da dove taglieggiava la popolazione per finanziare i suoi ribelli, i quali a loro volta si rendevano artefici delle violenze sui civili più invereconde. Poi si accordò con Gbagbo e divenne il suo primo ministro, per passare, alle elezioni del 2010, dalla parte opposta, diventando il primo ministro di Ouattara. Ma questo passaggio ha comportato anche l’eredità delle Force Nouvelle, che dal nord del paese non sono mai andati via e che nella marcia di questi mesi verso Abidjan, hanno ammazzato, violentato, derubato la popolazione civile.
 
 
 
 
 

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