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Peppino è vivo e lotta insieme a noi!


Dopo quasi quarant’anni c’è chi ancora, come il Corriere della Sera, non riesce a dire “ucciso dalla mafia”.

di Marco Marano


Bologna, 9 maggio 2017 – Chi negli anni ottanta ha fatto le battaglie antimafia nelle università, nei quartieri, nelle strade, ricorderà come quell’attivismo era una vera è propria “Resistenza” non solo alla violenza dei clan ma ad un intero sistema di potere di cui i clan mafiosi erano semplicemente una componente. 







Il sistema di potere mafioso non era solo Badalamenti

C’era la massoneria, c’era Gladio, c’erano i servizi deviati, c’erano i comitati d’affari, c’era la magistratura deviata, celebre fu il “caso Catania”. Ma c’erano anche le talpe nella polizia. C’erano i colonnelli della Democrazia cristiana che controllavano le correnti e usavano le amministrazioni comunali per bloccare i piani regolatori e sventrare i territori, e questo insieme alla costellazione pentapartitica. C’erano i cosiddetti colletti bianchi che in Parlamento facevano da ponte agli interessi sui territori, attraverso i feudi elettorali, dove il popolo veniva ricattato per un posto di lavoro.  C’erano gli editori collusi e corrotti, c’erano le autobombe che facevano saltare in aria i magistrati puliti e soli.

Lo chiamavamo “sistema di potere mafioso” anche perché comunque in Sicilia era tutto distillato sulla menzogna e l’ipocrisia borghese: la mafia era un’invenzione di chi voleva male alla terra di Trinacria. Un distillato che definiva precisamente il significato di “cultura mafiosa”.



Le tentazioni della stampa benpensante

 Sul corriere.it abbiamo letto una cosa da fare venire i brividi, che riscrive la storia di quegli anni, cioè dalla fine degli anni settanta a tutti gli anni ottanta e che vogliamo riportare interamente...

«Il 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento del cadavere del presidente della Dc Aldo Moro in via Caetani, a Roma, dopo 55 giorni di prigionia, in un paesino della Sicilia che si affaccia sul mare, muore dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato. Siamo a Cinisi, trenta chilometri da Palermo, alle spalle dell’aeroporto di Punta Raisi, che oggi porta i nomi dei giudici antimafia Falcone e Borsellino. «Peppino» è un giovane di 30 anni che milita nella sinistra extraparlamentare. Come molti altri ragazzi si batte contro la mafia che uccide la sua terra. Lui e Moro sono simboli di due Italie che cercano di lottare, negli «Anni di Piombo», contro differenti mali: la mafia e il terrorismo.» 

Facciamo una breve disamina: “muore dilaniato da una violenta esplosione”. Dopo quarant’anni non riescono ancora a dire: ammazzato come un cane dalla mafia di Badalamenti, fatto passare dai carabinieri per un suicidio. Ancora: “Si batte contro la mafia che uccide la sua terra”: a tutt'oggi diventa difficile affermare che Peppino combatteva tanto Badalamenti che gli esponenti politici democristiani di Cinisi, perché la mafia era sia l’uno che l’altro. E infine c'è il capolavoro di sintesi giornalistica e di mistificazione della realtà... “Lui e Moro sono simboli di due Italie che cercano di lottare, negli «Anni di Piombo», contro differenti mali: la mafia e il terrorismo”. Associare Peppino a Moro, dimenticando che il primo combatteva in Sicilia contro il partito del secondo, principale responsabile del sistema di potere mafioso, è davvero sconcertante.



Un partigiano della libertà contro l'ipocrisia borghese

Peppino era un "partigiano", che usava la parola e la denuncia come armi d’attacco a quel sistema di potere mafioso che lo ha tolto di mezzo. Da una radio libera si prendeva gioco, oltre che del capo clan, dei potenti democristiani… 

Peppino è stato un esempio per una generazione, per tutti gli uomini liberi, contro il giornalismo sistemico al potere… Che il Corriere della Sera se ne faccia una ragione...!










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