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SIRIA: “NON ABBIAMO PIU’ PAURA!”



foto lastampa.it


Mentre il mondo cristiano festeggia la pasqua, nelle città siriane diventa difficile contare i morti. E’ un vero e proprio bollettino di guerra. Dal venerdi della collera le forze d’assalto siriane ormai conducono una guerra spietata contro la popolazione inerme. Si perché le uniche armi utilizzate dai “ribelli” sono le parole e la rabbia di chi non ce la fa più a vivere senza diritti né libertà. “Non abbiamo più paura” grida la gente per le strade, mentre i mortai gli sparano addosso. Così, i corpi lasciati per le strade, poiché nessuno ha la possibilità di raccoglierli e seppellirli, danno il senso di una immane tragedia, che fino a questo momento è soltanto stigmatizzata dalla comunità internazionale. Intanto basta camminare per la strada per essere preso di mira dai militari. Nemmeno le autoambulanze non possono circolare poiché anch’esse diventano facili bersagli. Ma la cosa ancora più raccapricciante è che ormai si spara anche dentro le case, questo a significare che non c’è modo di scampare alla mostruosa dittatura siriana di Assad, che adesso accusa la Giordania di essere il promotore degli eventi, motivo per cui è stato chiuso il valico di frontiera, mentre le stragi di Daraa sono state giustificate per impedire la creazione di un emirato islamico salafista.

foto la repubblica.it

E’ drammaticamente patetica questa storia dei dittatori nord africani e mediorientali di imputare ai paesi vicini o alle forze internazionali la responsabilità di ordire complotti contro di loro, cercando di restare legati ad un potere che sono destinati a perdere, e questo la prezzo della vita di centinaia di persone, che nel caso della Siria non hanno imbracciato nemmeno le armi per combattere il regime. In realtà in Siria il movimento di opposizioneal regime è assolutamente precedente all'effetto domino che ha colpito negli ultimi tre mesi i paesi mediorientali. Già dal 2006 era stato creato un giornale on line dal titolo "Syria News", finalizzato a denunciare la corruzione del paese, e dove alcuni blogger avevano costruito uno stutturato sistema di relazione con alcuni dissidenti espatriati. Attraverso il web, questo gruppo di "attivisti informatici" aveva persino avviato una campagna mediante il semplicissimo strumento delle e-mail, per insegnare, a chi si proponeva di diffondere informazioni  contro il regime, come evitare la censura usando i proxy.

foto PeaceReporter

Non sembra possibile ma è proprio così. L'effetto moltiplicatore del web ha creato un sistema di circuitazione delle informazioni che sta mettendo in ginocchio il regime al punto da perpetrare massacri indiscriminati. Il simbolo di questo movimento si chiama Rami Nakhle, pseudonimo Malath Aumran, ventottenne laureato in Scienze Politiche ed esperto informatico, costretto in dicembre a rifugiarsi in Libano perchè ricercato dai servizi segreti siriani, i quali continuano a dargli la caccia come se fosse un pericoloso agente segreto del controspionaggio. Le sue armi non sono però quelle delle spie che solitamente possiamo vedere nei film di genere, ma semplicemente facebook e twitter. E' nascosto in un quartiere cristiano di Beirut, dove una cerchia di amici proteggono la sua clandestinità. E' quotidianamente minacciato di morte, sia lui che la sua famiglia, per questo non esce mai dal suo rifugio. Lavora venti ore al giorno al computer tessendo le fila di una guerra telematica di cui è uno dei principali protagonisti. Il suo lavoro è fondamentalmente quello di far circolare le informazioni tra l'esterno e l'interno della Siria, fondamentali per comprendere ciò che succede nelle strade della città, dal numero dei morti alla tipologia delle violenze del regime. Ma egli riesce ad aggirare la censura, mettendo in collegamento gli attivisti sul campo, organizzati attraverso i cosiddetti "comitati". La cosa straordinaria che a questi comitati partecipano insieme, uniti nella lotta, sia cristiani che musulmani, i quali trovano nella pagina di facebook "Syrian Revolution 2011", con 120 mila fan, il luogo di incontro, ma anche di elaborazione politica, della protesta.


 

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